sabato 3 febbraio 2018

L'AUTOSTOP - RUN-CCONTI DELL'ORRORE

L'autostop

Elia decise che quella sarebbe stata la sua ultima gara di stagione. Per le sue sessanta primavere aveva deciso di correre proprio una sessanta chilometri vicino a casa, in sù tra i monti. La data era Agosto, temeva il caldo, ma la gara coincideva con il mese del suo compleanno. Il suo fisico non era più quello dei giorni migliori. Ma sperava che l'aria fresca, una volta salito di quota, e la sua ancora grande tecnica in discesa, lo aiutassero a finire la gara. 

Ci mise molte ore a raggiungere la 'cima Coppi' della gara. L'aria, pur salendo di quota, restava pesante, ovattata, calda ed umida. Insomma, insopportabile! Come sentì insopportabile essere tra gli ultimi, se non proprio l’ultimo. 
Scollinò quella che ritenne una delle cime più dure superate nella sua carriera di corridore. Dopo, finalmente, riprese proprio quel gesto del correre che nelle ore precedenti non era riuscito a sviluppare: era in discesa.
Sapeva che molti sarebbero scesi come stessero camminando sulle uova. Lui aveva la fortuna di non avere paura, anzi amava il rischio. Così si buttò a capofitto giù per sentieri tecnici, scegliendo le linee più ripide, ardue, dando totale fiducia al grip delle sue scarpe e al suo istinto.
Era inebriato dall'aria che sentiva fluire tra i lunghi capelli grigi e la folta barba brizzolata. Era eccitato dai continui sorpassi di concorrenti, per lo più donne, che eseguiva al limite della caduta. Volava. E volavano via così anche i suoi anni, sentendosi più giovane ad ogni sorpasso.
Fece a velocità sostenuta, compiacendosene, una discesa veramente dura, poco battuta, con sottobosco molto scivoloso. Sino ad intersecare una carrareccia. "Per su o per giù?!". Non c'erano più balise!

Si rese subito conto di aver, con ogni probabilità, saltata una deviazione. Tornare indietro e risalire il bosco era impensabile. La stanchezza della giornata cadde tutta su di lui pesantemente. Tutta in un colpo solo, come un macigno. Scelse: "per giù!"
Seppur si trovasse in discesa, camminava ciondolando. La ragione sì era offuscata. Vuoto. Vuotezza la sensazione che lo pervadeva. In questo stato non si rese subito conto del rumore che proveniva da dietro. Quando lo percepì si portò in centro alla carrareccia a mani levate. 

Il burbero conducente di una vecchia fuoristrada scassata di color verde dovette suo malgrado fermare il suo lento procedere. Non fece in tempo a valutare la situazione che un anziano in pantaloncini corti e canotta dai colori improbabili si era seduto al posto del passeggero. Passeggero che aveva lasciato in alto nella radura a sistemare una baracca. Parlava una lingua incomprensibile, uno di quei dialetti degli italiani. Capì che lo stava ringraziando per avergli salvato la vita e gli chiedeva uno strappo sino alla partenza/arrivo di una gara nel paese di Silviano. Non disse una parola, continuando a fissarlo. 
Poi, rassegnato, inserì la marcia dell’auto e riprese la lenta e sobbalzante discesa. Quella deviazione non ci voleva. 

Elia riprese colorito e non smetteva di adulare e ringraziare il suo improvvisato autista-salvatore. I tornanti secchi gli davano noia e sentiva crescere la nausea. O forse era quell'odore acre che sentiva nell'auto. Era pungente, penetrante, effettivamente era questo che gli faceva montare la nausea sempre più forte.
Finalmente arrivarono a Silviano e venne lasciato proprio sotto il cartello di inizio paese. Elia non fece tempo a rivolgere un'offerta in denaro per il passaggio, che l'auto era già in movimento. Riuscì a malapena a richiudere la porta.

Dall'alba al tardo pomeriggio, tanto durano le ultra. Incamminandosi verso le voci dell'altoparlante, pensava se si meritava di passare comunque sotto lo striscione d'arrivo. Il più del percorso l'aveva fatto, il pettorale ridotto male ne era testimone. Ma forse qualcuno poteva averlo visto fare quell'ultimo tratto in auto. Meglio non rischiare un'infamia che avrebbe sporcato anni di sua presenza in gare, portavoce dell'etica nello sport. 
Pensò a quale successiva gara era in calendario per sostituire questa. Nel frattempo arrivò a prendere la borsa del cambio ed iniziò a rivestirsi negli spogliatoi della palestra messa a disposizione dei concorrenti. A vedere le borse rimaste era tra gli ultimi due o tre e l'organizzazione stava sbaraccando.  Neanche una bibita riuscì ad avere e si incamminò verso l'auto con la lingua arsa e la bocca impastata.
"Dov'è il bar più vicino?". Perso nei suoi bisogni, non si accorse che un boscaiolo lo stava additando a quattro persone in divisa.  Queste gli si precipitarono addosso, lo ammanettarono e lo invitarono a seguirlo in Commissariato. 

Il telegiornale della sera, del canale locale, annunciò l'arresto del bracconiere che da molto tempo imperversava sulla zona di Silviano Alto. Fatale gli fu passare con la sua vecchia fuoristrada, non si sapeva bene il perché visti gli anni di latitanza e prudenza, proprio nei pressi della cittadina. 
Era stato preso in flagranza di reato. Nel bagagliaio dell'auto, infatti, c'erano molti ‘freschi’ trofei di caccia. 

Fu anche individuato il suo complice, anch'esso da tempo ricercato. Un boscaiolo li vide insieme in auto, quello stesso giorno. Quest'ultimo però morì d'infarto durante il trasferimento in Commissariato.

 by Doris Lorenzo

sabato 20 gennaio 2018

FAST CHEEE??

FAST CHEEE ?

Spesso mi trovo a leggere di ‘nuovi’ sport americani che ricalcano nulla più di quanto io, e probabilmente molti di voi, abbiamo fatto o stiamo facendo da anni. Termini inglesi ‘altisonanti’ per definire attività ‘banali’, solo con lo scopo di ‘vendere’, con più facilità, quella ‘nuova’ attività e tutti gli ‘accessori’ utili ed indispensabili ad essa correlati.

Così, correre tra i monti è diventato fare del Trail Running o Sky Running o Alpine Running, concatenare cime riducendo (a volte più che dimezzando) i tempi delle Tabelle CAI è divenuto fare del  Fast & Light, camminare tra i boschi con l’aiuto dei bastoncini è fare del Nordic Walking … ma, immaginare che fare delle alte vie in montagna, di corsa, passando all’addiaccio almeno una notte, sia divenuto fare del  Fastpacking, beh, non l’avrei mai pensato!! Ma poi, di corsa!? Diciamo di buon passo! Perché, lo sappiamo bene, correre per i monti con nello zaino la tenda, il sacco a pelo e magari il fornellino … di corsa? … ma dai, non prendiamoci in giro!

Ancor prima di compiere diciott’anni (ed ora ho i capelli bianchi), con gli amici andavamo rapidi e veloci … perché gli escursionisti/i ‘montanari’ erano la generazione del ‘passo lento’ e noi invece quelli senza scarponi, quelli con pedule leggere, ‘i veloci’;  dicevo, da giovani andavamo a fare attraversate montane con nello zaino la tenda, il sacco a pelo e tutto quello che ci serviva per passare una o più notti ‘selvagge’ tra i monti.  A volte con misere tende leggerissime sotto temporali e fulmini che ci tenevano svegli tutta la notte. A volte senza alcun appoggio esterno, altre invece ‘sfruttando’ strutture locali; ma solo per l’acqua ed il cibo, la notte doveva essere rigorosamente lontano dalla ‘civiltà’, in luoghi unici ed indimenticabili!

Avessimo saputo che stavamo facendo qualcosa che sarebbe divenuto moda in America negli anni 2000 e che l’avrebbero chiamato Fastpacking ci avrebbe permesso, forse, di farci sentire più fighi invece che solo dei selvaggi! ;-))

Davvero dobbiamo prendere sempre per buono e bere tutto quello che ci viene propinato con termini inglesi?
Ma vediamo in dettaglio questo Fastpacking:
  • Il nome è la fusione del termine fast = veloce e packing / to pack = fare i bagagli
  • L’idea è quella di percorrere con le scarpe da trail, e quindi di corsa, un percorso con accessori più leggeri possibili (personalmente parlerei più di passo-corsa)
  • Può essere fatto in auto-sufficienza o assistito
  • Deve durare almeno due giorni, con una notte all’aperto (autogestita)
  • Per il cibo la scelta è quella di averlo con se, oppure avere un gruppo di supporto
  • Per l’acqua è indispensabile trovare punti di rifornimento, se in natura è meglio avere con sé metodi per purificarla; un gruppo di supporto potrebbe divenire essenziale
  • Per la notte il campeggio libero è la soluzione preferibile (salvo normative locali), non viene escluso il pernotto su strutture (bivacchi, casere abbandonate, etc.); assolutamente escluse strutture a pagamento (rifugi, alberghi, etc.) o abitate regolarmente
  • Ci vuole ovviamente una buona preparazione fisica ed un’ottima pianificazione del percorso
  • In caso di maltempo o difficoltà non previste è buona norma aver pianificato un piano alternativo
  • Inizialmente lo si fa su percorsi antropomorfizzati e conosciuti, ma l’obiettivo è di percorrere zone wilderness senza lasciare il segno, in completa autonomia

Scelto il percorso e documentata la tua esperienza, potrai così dichiarare anche tu il tuo FKT/Fastest Known Times = il tempo conosciuto più veloce, su quel tracciato.

Quando poi saremo stanchi di ‘americanate’, torneremo forse a fare i nostri giri d’avventura e ... selvaggi. Soli o in compagnia.  Non aspettiamo che andare per montagne, in zone wilderness, veloci come lepri, silenziosi come cerbiatti e curiosi ed attenti come aquile debba prima chiamarsi: RunLikeWildAnimals !

PS. Chissà quanti di voi ora hanno scoperto di essere dei Fastpackings ;-))


NB. La cosa ‘spaventosa’ è che pensavo di aver inventato di sana pianta un termine ‘ridicolo’ … ma se lo cerchi su Google: RunLikeAnimals esiste!!!!!!!

PS. Come anche lo Speed Hiking ... andare più forte di un escursionista ma più lento di un Trailers che cammina in salita ?!?! Aiutooooooooo che roba è ?! Serve un GPS con rilevazione della velocità millimetrico!




martedì 5 dicembre 2017

PAUSA PRANZO - RUN-CCONTI DELL'ORRORE

Pausa pranzo
Quando la gara si avvicinava, per Alice il tempo era sempre pochissimo. 
L'unica maniera era quella di correre anche in pausa pranzo, per poter arrivare, almeno, nelle condizioni di portare a termine l'ultra a cui si era iscritta.
Fortunatamente il lavoro le permetteva un po' di flessibilità. Così, dopo già quattro giorni in cui saltava il pranzo per correre, questi allenamenti erano entrati nella routine delle sue abitudini.

Anche quel Venerdì, Alice, riuscì a 'rubare' 15 minuti dalla pausa, per potersi cambiare in anticipo ("Tanto poi li recupero stasera") ed uscire a correre alle 13.30 in punto, inizio del tempo riservato al pranzo per la maggior parte di tutti gli altri impiegati. 
Doveva percorrere qualche centinaio di metri sulla strada provinciale, prima di buttarsi sui sentieri delle colline circostanti. Oramai il giro era consolidato: 50' precisi; il tempo sufficiente per poi arrivare in ufficio, asciugarsi e profumarsi velocemente con delle salviette umidificate. Poi rivestirsi, ed essere pronta per tornare ad inserire ancora lunghe pagine di dati a computer. Se avesse avuto un lavoro a contatto con il pubblico le sarebbe piaciuto di più, ma sarebbero state escluse quelle ‘pazzie’ e quelle ‘puzze’. 

Stava chiudendo il giro, ma dove il sentiero attraversava la rete spinata che delimitava due proprietà, vide qualcosa di inconsueto rispetto i giorni passati. Più si avvicinava e più quella cosa immobile, agganciata alla rete, prendeva forma: era un rapace. 
L'uccello, immobile, guardava questo colorato essere vivente avvicinarsi. Alice vide che un'ala era infilzata sul filo spinato, mentre l'altra era riuscita a passare oltre. La testa era a mezza via. Lo sguardo dell'animale era severo e  fermo. Alice intuì che il rapace, in picchiata, magari verso un roditore, non aveva chiuso per tempo entrambe le ali, per passare tra i fili spinati, rimanendo legato ad uno di essi. Non sembrava essere complicata la procedura per liberarlo. Non era importante che il rapace collaborasse, ma bastava che la lasciasse fare, senza tentare di beccarla o graffiarla con i lunghi artigli delle zampe. 

Alice prese coraggio. Con una mano cercò di allargare la rete, con l'altra era pronta a liberare l'ala dall'infernale uncino. Quando vide che l'animale, la guardava severo, ma non muoveva un muscolo, capì e fulmineamente sganciò l'ala. Fu un attimo; non se ne rese conto; il rapace era già in volo, in alto. Tutto era avvenuto velocemente. Appena sentitosi libero, all'uccello bastò una spinta con le zampe ed un battito d'ali per essere già lontano.
Un sentimento di appagamento, di gioia, di completezza invase Alice. Era felice di quanto aveva fatto, quasi radiosa. Si rimise le cuffiette, aumentò il volume della musica ed anche la cadenza della corsa. Voleva godersi gli ultimi minuti di corsa ma era anche in ritardo. Non poteva distrarsi ulteriormente.
Non si era accorta che l'uccello non se n'era andato, ma in segno di gratitudine, aveva fatto due giri sopra la sua figura ed ora la seguiva da molto in alto.

Mario amava i rapaci. Continuava a guardare dal finestrino di guida quel punto in alto che aveva fatto due virate molto basse. Era di sicuro un rapace, ma non riusciva ad identificarlo. 
Così facendo, non si accorse che un furgone davanti stava frenando vistosamente. Quando, per qualche attimo, riportò gli occhi sulla strada, meccanicamente le sue mani girarono bruscamente il volante, per portarsi al centro della strada e scongiurare l'impatto con il furgone. 
L'auto non correva a forte velocità, ma era vecchia ed il cambio repentino la fece sbandare. Mario cercò di tenerla sulla strada, ma vedendo arrivare in senso contrario un veicolo, dovette lasciar proseguire l'auto verso il bordo opposto per evitare impatti devastanti. In quel momento sentì evidente il fischio stridulo ed imponente del rapace. Ora lo riconosceva, era un Gheppio. Non una, ma più volte costui fischiò.  In tutta questa confusione, finalmente l'auto si fermò sul parapetto, investendo violentemente una ragazza che correva sul ciglio in direzione della zona industriale. 


Alice non si accorse di nulla, tanto era immersa nella sua musica ed in uno stato di beatitudine. Inutili gli avvertimenti striduli del rapace. 
Poi, tutto divenne buio.





venerdì 25 agosto 2017

A Mente Libera




A MENTE LIBERA


Sono oramai convinto che molti limiti che ci poniamo o che ci pongono (od impongono) siano solo psicologici. Ci hanno messo molto tempo i ‘miei guru’ a convincermene (sono uno zuccone), ma alla fine ce l’hanno fatta.
Ce l'hanno fatta portandomi esempi di molti uomini e donne (non solo atleti) che hanno superato questi muri 'ideali' e subito dopo di loro molti altri, quasi con facilità, li hanno raggiunti se non superati! Erano quindi asticelle psicologiche e non fisiche. 

Non voglio certo mettermi a questi livelli, me ne guardo bene (!), ma ho iniziato dicendo questo solo per far capire con quale spirito, io (e credo anche il più matto e forte di me: Michele Debertolis), Domenica scorsa, mi sono avvicinato a fare la Palaronda Trek Hard in giornata (circa 49Km; 4000 D+; 6 salite; 3 Ferrate; 2 sentieri attrezzati, etc.). Mi sono avvicinato con uno spirito di avventura, di esplorazione, di timore … che fluiva poi tutto in adrenalina! Un po’ come gli alpinisti che tracciano per primi la 'loro' via. 

Non abbiamo cercato un impresa o un record, né correvamo contro il tempo (noi ci abbiamo messo 14 ore e 15 minuti, ma abbiamo ‘lasciato sul terreno’ una buona ora e mezza, che chi percorrerà lo stesso itinerario con agonismo e competizione potrà limare), abbiamo voluto invece cercare un ‘terreno vergine’ per spostare un’asticella (non me la sento di chiamarlo limite), affinché poi altri abbiano voglia di provarci. Dopo di noi si sa che si può fare, e mi aspetto venga ripetuta se non migliorata la nostra prestazione!


Detto ciò, mi sposto su un altro discorso, che però è collegato a quanto ho fatto Domenica (visto anche il forte dibattito che è attualmente in corso): sul ‘materiale obbligatorio’ disposto con ordinanza comunale da parte del sindaco di Saint Gervais per salire il Monte Bianco dalla via normale francese. 
Voglio fare una precisazione sul mio modo di andare in montagna, agganciandomi proprio a questo.

Ho da tempo preso la strada del Fast & Light (veloce e leggero … alla Kilian – altro ‘abbattitore di limiti’ -), e mi sento nel partito della ‘montagna come terreno di libertà’ e non di vincoli e restrizioni. Però, …. c’è un però.

Io sono arrivato a questo, dopo una lungo percorso. Nulla si improvvisa e dietro ad ogni exploit, anche di Kilian, c’è tanto lavoro, sacrificio, cultura. Ecco forse proprio la cultura manca.
La montagna, l’alpinismo hanno intrinseco il concetto di rischio. Sono portatori di rischio. L’ambiente è pericoloso (e va conosciuto), il meteo può cambiare velocemente (e va letto), la fatica incombe (e va gestita), gli imprevisti sono ampiamente possibili (e vanno ‘previsti’, pianificando vie di fuga). Non potremmo sicuramente avere il controllo assoluto dei rischi, ma possiamo minimizzarli, dobbiamo minimizzarli e … sapere quando tornare indietro (cosa psicologicamente sempre più difficile). Bisogna studiare, applicarsi, provare, scegliere i materiali e l'attrezzatura idonei (per noi e per la montagna scelta) e, all'inizio, magari anche i compagni giusti.

Come dico sempre, non possiamo abbassare la montagna al nostro livello, ma dobbiamo noi innalzarci ad essa: con un approccio umile, innalzando la nostra preparazione, acquisendo conoscenze ed esperienza. E’ un processo. E’ una pianificazione. E’ quella ‘gavetta’ che nessuno più vuol fare. Io sono felice di aver incrociato ‘guru’ che mi hanno motivato ma anche, e soprattutto, quelli che mi hanno ‘steccato’ quando era giusto farlo.

Anche oggi dovrebbe essere così …
... ed io spero di essere una persona così, pur sapendo di non piacere a tanti.

Tornando alle regole, non possiamo appiattire i nostri comportamenti con delle ordinanze; ognuno ha un vissuto particolare non omologabile ed in base a questo pianificherà la sua ‘gita’ in montagna. Poco tempo fa ho portato mio figlio in un difficile tracciato in montagna. Dopo questa esperienza, cose che prima gli sembravano difficili, ora gli risultano delle ‘banalità’. Non posso dirgli di fare attenzione come prima sullo stesso precedente percorso, lui è diverso, ora è ‘più esperto’. Tutto è relativo. 

Voglio chiudere con una provocazione (neanche tanto): pianifichiamo un’uscita pensando che nessuno ci verrà a prendere (basta con il Soccorso Alpino come la colonnina che si trova in Autostrada e la si suona con semplicità), pianifichiamo l'uscita prendendoci le nostre responsabilità, pensando che qualsiasi cosa accadrà dovremo cercare di uscirne con le nostre forze. Vedrete che ridurremo il rischio delle uscite: aumentando la nostra preparazione o diminuendo le difficoltà del luogo o del percorso prescelto. 

Vuoi essere libero, siilo davvero! 

E se vuoi prendere maggiori rischi fallo consapevole di mettere in gioco la tua sola vita e non quella di altri. La libertà assoluta che molti stanno chiedendo a gran voce ha un prezzo: la responsabilità. 

Io 'gioco' così.

sabato 24 giugno 2017

R.B.C. #8

La zona della Marmolada è sempre affascinante!


Partendo da Pozza di Fassa (TN), dopo aver posizionato una bici a Penia di Canazei. sono salito sino al Buffaure e da qui per la Cresta Paradiso al Rif. Passo San Nicolò. Questa volta, questa mia amata cresta che di mattino presto ti accoglie con camosci e marmotte (con i relativi pargoli), mi ha accolto anche con una vipera e i suoi due pargoli. Poco male.
Proseguito in discesa sino a Malga Contrin si risale sino a F.lla Ombrettola e per Ferrata Vernale a Cima Ombretta (mt. 3.011). Ripida discesa sino al Biv. Dal Bianco e poi al Rif. Contrin per poi seguire la lunga mulattiera che passando per Locia de Contrin, porta a Penia di Canazei.
Bici per pista ciclabile sino al punto di partenza.
I tempi del CAI danno circa 10 1/2 - 11 ore l'intero giro ... senza il tratto in bici. 
Ma a me interessa solo essermi divertito!!!

lunedì 5 giugno 2017

IL LUNGO - RUN-CCONTI DELL'ORRORE

Il lungo

Ale rientrò a casa felice. 
Quel Sabato mattina doveva fare un lungo. Ed era felice di averlo fatto, riuscendoci anche con un discreto tempo e senza essere troppo affaticato. 
Sapeva di avere ancora molti chilometri da fare prima di essere pronto per quella gara in montagna, l'obiettivo della stagione, ma era radioso. 
Viveva solo. 

Aprì la porta canticchiando e chiudendola rumorosamente alle spalle. L'appartamento era immerso in una luce calda che proveniva dalla porta finestra del terrazzo.  Sempre canticchiando si svestì in cucina, non c'era nessuno che lo poteva vedere, e se ne andò in doccia.  Fece una doccia veloce, l'appetito si faceva sentire, e si rivestì rientrando in cucina. 
Le finestre erano ampie e permettevano di dominare il paesaggio montano che restava fuori. Sorrideva felice, la forma stava crescendo. 
Pensando un po' al lavoro, un po' alla corsa, un po' alle spese sempre più crescenti, meccanicamente si era trovato in piedi a mangiare un'ottima pastasciutta alla canapa ed amaranto con sugo di capperi ed olive. Non amava cucinare, neanche mangiare, si limitava a nutrirsi e spesso così ... in piedi.

Aveva il pomeriggio libero. Nessun impegno. 
Decise di andare a leggere un buon libro coricandosi sul letto, accompagnandosi con una birra leggera.
La stanchezza della mattinata, la birra, od il noioso libro che stava leggendo, dopo un po' portarono le sue palpebre a cominciare a chiudersi. Dolcemente si lasciò andare tra le braccia di Morfeo cercando la posizione migliore. 
Per un fastidioso spiffero di aria che proveniva dalla finestra leggermente aperta, Ale iniziò ad avere freddo e si raggomitolò con le mani tra i polpacci. L'indice cozzò su di una crosticina di sangue, che meccanicamente tolse. Stava per lasciarsi andare completamente al sonno quando, la sua fobia delle malattie, lo portò a cercare di ricordare dove e quando si fosse ferito. Vuoto. Nessun indizio. 
Annebbiato oramai dal sonno che lo aveva abbondantemente avviluppato, si sforzò di guardarsi il polpaccio per verificare la grandezza della crosticina e che non spurgasse ancora sangue o pus. 
Non era sicuro se stava vedendo o sognando. La crosticina, che aveva tolto, aveva aperto un piccolo buco sopra ad un bubbone. Tutto faceva pensare ad un grande foruncolo, che, automaticamente, cercò di schiacciare per fare uscire il solito liquido giallastro. 
Oramai se ne stava disinteressando, per tornare finalmente a dormire, quando con l'ultima occhiata vide una e poi due vespe uscire dal bubbone.  Quel bubbone sembrava più un bozzolo, un nido.

Le vespe iniziarono a volargli attorno. 
Ale non ricordava di aver sentito, durante la giornata, una puntura di insetto, neanche durante il suo lungo della mattina, ma visto i luoghi attraversati, non lo poteva escludere. 
Comincio ad essere infastidito dalla situazione, oltre che leggermente impaurito. 
Le vespe sembravano fare una macabra danza e continuavano a ronzargli attorno.  Che lo vedessero come la loro regina? 
Una di loro andò sotto l'ascella sinistra. Ale resistette per un po' ma poi fu più forte il desiderio di scacciarla. Con la mano destra la fece ruzzolare nell'aria. Questa non gradì, pungendolo sulla spalla sinistra. Anche tutte le altre, senza alcun ragionamento prevedibile, copiarono la loro gemella scagliandosi su Ale.
Solo quel giorno Ale scoprì di essere allergico alla puntura di vespa. Lo scopri con suo malincuore o meglio .... crepacuore.

Alcuni giorni dopo, i vicini di casa chiamarono la disinfestazione per un fastidioso nido di vespe sotto la grondaia della camera di quella vicina casa, oramai sfitta, che era stata di Ale.



 by Doris Lorenzo

venerdì 21 ottobre 2016

Freedom

Freedom 

“Il conformismo è il carcere della libertà e il nemico della crescita.” 
John Fitzgerald Kennedy

So di essere fissato con la libertà. 
Mi sono stretti tutti i tipi di legami (nella mia vita ne ho scelti due, sono contento, ma sono sufficienti). In tutto quello che faccio, non voglio legare nessuna persona; persino la asd di cui sono presidente, non ha magliette di riconoscimento, stendardi, striscioni etc. Sono conscio che questo limita gli aderenti (l’uomo tra i suoi bisogni ha quello di appartenenza, è un bisogno innato, insito, istintivo) … ma io non riesco a ‘sfruttare’ questa opportunità per fare gruppo, iscritti, numeri. 
Io voglio essere libero da tutti questi legacci e circondarmi di persone altrettanto libere.

Ma cos’è la libertà? Quanti se lo chiedono davvero? (*)

La riflessione nasce da quanto mi è successo nelle ultime settimane di Settembre …

Io per primo sono schiavo del lavoro, degli impegni familiari, della burocrazia del vivere. Ma il tempo che mi rimane lo voglio come un foglio bianco dove scriverci la mia vita. Improvvisandola, stupendola, coinvolgendomi, emozionandola ed emozionandomi. Aperto al momento.

Un’ambito dove esprimere tutto questo è la corsa, il trail running.
Con mio terrore ed angoscia però sto trovando sempre meno amici e conoscenti liberi di andare, di correre e basta (vedi anche il mio articolo sul well-being).

No, non hanno mille impegni di lavoro, familiari, impegni burocratici dati dal vivere moderno (certamente anche), ma hanno mille impegni di sport. Beh, poco male, posso capire che per domani una persona si sia già programmata, e anche per il prossimo fine settimana. Comprensibile. 
“Come? Ah, tutto il mese hai già impegni di gare? No, scusa ho capito male: questo ed anche tutto il prossimo mese?!”. Ma cos’è un lavoro!?! Vuoi dirmi che un’uscita tra amici, un appuntamento particolare, coinvolgente e che difficilmente potrà ripetersi (magari per la presenza di persone che abitano lontano) … “non lo puoi programmare prima di tre mesi?!?”. 

Si, lo so che le gare importanti richiedono un’iscrizione anticipata di mesi … ma ogni domenica hai gare importanti, uniche? Sappiamo entrambi, invece, che ogni Domenica ci sono decine di proposte che si cannibalizzano i partecipanti! 

Ok, capisco, “ma per questa Domenica non puoi ‘fare uno strappo alle regola’? Ah, hai già pagato e ti spiace perdere i soldi dell’iscrizione”. Ok, quindi la tua libertà è stata quella di legarti, pianificarti, vincolarti per mesi?!

Ora comprendo anche perché se arriva un infortunio, od un impedimento vero, qualche atleta va fuori di testa. Forse stiamo vivendo anche la corsa, il trail running, lo sport (**) come un impegno. Posso capire l’agonista, il professionista. Ma tanti, non professionisti, lo stanno vivendo da professionisti, come un lavoro. Riappropriamoci del nostro tempo, della nostra libertà. Non è un dramma arrivare al Venerdì ed avere davanti il fine settimana ancora come un foglio bianco su cui scrivere. Potremo fare qualcosa di nuovo o lasciarci guidare dal cuore. Magari arriva proprio una telefonata (forse più realistico un messaggino WhatsApp) imprevista che ti apre un nuovo e fantastico scenario, e al più: “Chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli.” 
Arthur Schopenauer

… e potresti essere proprio tu a proporre qualcosa di speciale liberando la tua immaginazione. Carpe diem. 


(*) Libertà: in latino i "liberi" sono i figli, e ancora oggi le liberalità sono i doni incondizionati. 

(**) Sport: dal latino deportare, composizione della parola de, che significa allontanamento, e portare, proprio del suo significato. Quindi deportare significa portarsi lontano, e questo portarsi lontano stava a significare uscire fuori porta dalle mura cittadine per svolgere attività fisiche. 


sabato 24 settembre 2016

Come sapere quando è il momento di rinunciare?

Trail: come sapere quando è il momento di rinunciare e ritirarsi da una gara?

Un momento ti senti giù, hai un dolore che si risveglia o hai avuto un piccolo infortunio proprio in gara ... ed ecco, settimane e settimane di allenamenti sembrano andare in fumo. Si dovrà a questo punto rinunciare o perseverare?

Durante una gara ed in particolare di un ultra trail, la questione diviene complessa e molto incerta. 
E' comune per un atleta, anche tra i migliori, avere alti e bassi in una gara di endurance, passando attraverso momenti difficili, trovandosi sul punto di mollare e poi miracolosamente ritrovare l'energia per finire la gara o sentirsi invadere dal buon umore. Con questa prospettiva è difficile decidere con un 'sentire' di un singolo momento. Si può dedurre che tutto si gioca nella testa dell’atleta e la prestazione finale a volte sembra da attribuirsi a qualcosa di "magico avvenuto nella mente".
Questa affermazione la si sente sempre più spesso, e proviene indistintamente da tutti gli atleti, forti e meno forti. Sembra un'espressione vaga, nebulosa, poco 'allenabile'...troppo 'esoterica'. 

Nella mia ricerca di testare questa affermazione, ho avuto modo di comprendere il funzionamento dell'individuo durante lo sforzo (fisiologico + psicologico), scoprendo in prima persona: che la magia può unirsi/fondersi, con la parte razionale di noi, 'annacquando' quest'ultima, rendendoci ... più forti. Senza questa consapevolezza, la rinuncia è velocemente associabile ad un ‘debole di mente’, mentre a volte, quando non è il dolore od un infortunio a fermarci, è proprio la mancanza di questa alchimia. Non è 'debolezza di mente', ma forse il suo contrario: troppo ragionamento. Qualcuno scrisse: "perdersi per ritrovarsi."


Perché si rinuncia quindi? Quali sono le maggiori motivazioni?

Le cause di abbandono sono molteplici, ma le ragioni principali mediamente assunte ed esplicitate dagli atleti sono:

-  scarsa preparazione;
- lesioni in corsa (caduta, distorsione ...), acutizzazione di lesioni precedenti (tendiniti, contratture ...);
-  disturbi digestivi, cattiva gestione durante la gara;
-  incapacità di gestire i cancelli, le barriere orarie;
- perdita di motivazione in ciò che si sta facendo, perdita di interesse;

Su un percorso ultra/endurance, non è insolito avere, dopo il primo terzo di gara, molti abbandoni. Questi possono raggiungere anche il 50% quando le condizioni meteo sono difficili.


Ma quando rinunciare, dunque?

Partiamo da un 'infortunio'.
E' difficile per un atleta rinunciare 'semplicemente' se infortunato ... “un po' più avanti ancora”, “dai che il dolore passerà, che la forma tornerà, la ferita scompare” ... ma nel 90% dei casi non sarà così. Molto dipende da quanto tempo si sta correndo e quanto manca alla linea di finisher. Se la lesione si risveglia troppo presto, sarà inutile insistere e compromettere il resto della stagione, a volte compromettendo anche la stagione successiva. Se, infatti, non si è in grado di risolvere il problema e rimangono ancora molte ore di gara, con un infortunio serio, è inutile e dannoso proseguire. Forse era meglio neanche essere partiti ... e non ci troveremmo così a gestire un ritiro. In ogni caso, andare oltre la 'piccola morte' che rappresenta il ritiro, saper vedere oltre, accettare il giudizio, saper gestire la coscienza intima di ciascuno, saranno emozioni ed esperienze che è utile provare, prima o poi ... magari però solo una volta! ;-) 
Un buon suggerimento è quello di chiedere aiuto in questo processo decisionale. A chi?  Il problema è proprio capire chi ci si è portato nell'avventura: la famiglia, gli amici, o il vostro partner … questo rende  più o meno difficile la decisione condivisa. Queste persone, se interpellate, avranno comunque una prospettiva più distaccata per aiutarci a capire se smettere o meno. Oggettivamente, l'abbandono è un piccolo momento di tragedia personale (in base al valore che ha l'obiettivo), è la triste fine di mesi di preparazione. Con saggezza però, la decisione da prendere, deve essere presa lontano dall'emotività del momento e dalla nostra sterile testardaggine. Una persona esterna, non coinvolta, potrà vedere la cosa in modo più oggettivo.
In generale: dobbiamo rinunciare quando la nostra integrità fisica è in gioco, nel breve, medio e lungo termine.


Quando invece possiamo/dobbiamo continuare?

È interessante mettere anche questa domanda per capire meglio la questione. Io cerco sempre di analizzare i miei, ed altri ritiri, per comprenderne l'aspetto mentale (quando non sia evidente che la causa è stato un infortunio).
Ho detto infatti che siamo in grado di continuare fino a quando non c’è un infortunio ... Si può (e a volte si deve) saper soffrire 'terribilmente', in alcuni momenti di una gara si sarà in crisi, crisi che sembra non passi, ma poi sappiamo che torneranno i momenti euforici, sappiamo che passa … per poi, poche ore dopo, magari avvicinarsi nuovamente all’oblio. "E’ il Trail, bellezza!" Non ci si deve ritirare per questo.
Restiamo concentrati  sull’obiettivo e supereremo qualsiasi dolore. Conoscere, avendoli provati, che questi momenti fanno parte delle ultra/endurance, che non possiamo evitarli, che dobbiamo aspettarceli, gestirli...goderne. Forse è anche questo che cerchiamo nel trail...un po' di sano masochismo. Che sia un ingrediente delle nostre personalità di trail runners!? ;-) E se saremo caparbi, vedendo sempre il lato bello di questo sport, allora coglieremo la possibilità di attrarre la magia del trail. 

Parliamo della 'testa'.
La possibilità di un ritiro a causa della preparazione psicologica non all'altezza è un ritiro che non deve accadere. Perché è gestibile anche in corsa, in gara. 
Un suggerimento. Se partiamo dandoci la libertà di abbandonare, di ritirarci, non involvendosi nella sua paura, vivremo pienamente il momento presente della gara … riducendo le possibilità di un ritiro. Perché? Perché l'abbandono non sarà un peso, ma una semplice possibilità ... che il più delle volte non ci interesserà cogliere! Sapere che serenamente ci si è dati la possibilità di mollare quando vogliamo ... ci aiuterà a non mollare per un banale problema psicologico. 
La serenità è una grande forza! E' magia.


Post Scriptum.
Non mi soffermo sul ritiro per cause meteo o di terreno imprevisto. Dal mio punto di vista è 'un'infamia' non aver preparato un uscita guardando il meteo, l'altitudine e il tracciato; avrò sempre con me tutto il minimo necessario che mi permetterà di finire la gara (al di là del 'materiale obbligatorio' prescritto). Chi si trova a gestire un ritiro così è un runner e non un trail runner. Non entra nella casistica di questo scritto!
;P


sabato 10 settembre 2016

Trail Running come riscatto

TRAIL RUNNING COME RISCATTO 

A volte leggo articoli su forum, blog, riviste che mi portano lontano dal trail running, da questa attività sportiva che mi appassiona, che mi dona ed ha donato molto.
Tra le tante pieghe interpretative di questo sport, alcune mi sono care e tra queste, una in particolare, spero possa suscitare anche a voi interesse e condivisione.

Viviamo spesso più momenti della nostra giornata una vita di qualcun altro. Volenti o nolenti, non sempre facciamo quello che il nostro io vorrebbe fare, vorrebbe esprimere. A volte si rischia di esporsi troppo, di sembrare 'ridicoli', nascono paure. 
Spesso ci troviamo a fare del nostro meglio per essere chi vuole altri, per tenersi stretti un 'buon lavoro', per il 'quieto vivere', per mantenere precarie paci relazionali, per non creare dolore ad altri. 
Nessuno anela essere una 'pecora nera' e tutto diviene una faticosa strada in salita! 
Rompere lo 'stampo' al quale ci siamo uniformati e sul quale molti nutrono delle aspettative, le loro aspettative, ci vuole coraggio! 
Non dico che tutto ciò sia sbagliato...

...ma quando mi sento un caso senza speranza mi metto un paio di scarpe e vado a correre per i boschi, per crinali, per montagne. Il mio riscatto personale. 

Nel trail running, sono convinto, ritroviamo il nostro coraggio, abbandoniamo le paure, quasi godiamo del dolore e della fatica di una strada in salita! 
Ti senti libero, ti senti te stesso, puoi esprimerti! Puoi 'svestirti', puoi provare, puoi cantare, essere 'diverso', puoi ridere di questo .... sei fuori da qualsiasi condizionamento.

Lo credevo.
Quello che vedo ora è che si sta portando in questo sport (diverso dagli altri sport!) gli schemi della 'vita sociale', trasferendo le nostre 'sofferenze sociali' su altri come noi. Non cercando il nostro positivo riscatto, ma bloccando quello degli altri.

Si giudica attraverso gli occhi delle nostri 'fedi'. Senza aver provato a correre con le scarpe dell'altro. Vorremmo tutte persone conformate a noi. Le persone cambiano quando sono pronte e lo desiderano. Inutile obbligarle. Piuttosto, con il nostro esempio positivo potremmo essere dei 'messaggeri'. Ma sempre se chi ci vede 'diversi' non ci giudica subito negativamente! È tutto diventa un circolo vizioso e non virtuoso.

Ecco, lasciatemi quindi correre tra i boschi come sento che è espressione di me stesso, e lasciatemi vivere il trail running come avrei voluto fosse la mia vita (carnivora o vegetariana, minimalista o con i tacchi, frenetica o rilassata, estroversa od intima, ....). Il trail running è espressione di se stessi e di forti emozioni, è libertà.
Libertà di cui sento ne è ancora ...fortemente e fortunatamente ... intriso! 
È il mio momento di riscatto.


Se poi come dicono, l'uomo è una creatura profondamente malleabile e flessibile, dove l'ambiente in cui si trova ha un enorme effetto su di lui, influenzandolo enormemente se ci sta il tempo sufficiente. Beh, se è quindi vero che siamo destinati ad essere un prodotto del nostro ambiente, se l'ambiente del trail running è ancora un ambiente come sopra descritto, lo vedremo tra un po' riflesso su di noi ....

mercoledì 29 giugno 2016

Running vuol dire correre!

RUNNING VUOL DIRE CORRERE!


Ne ho già parlato...
Lo penso da molto tempo...
Ed un articolo apparso su 4Running a firma di Ignazio Antonacci e quello di Tommaso De Mottoni su Skyalper di qualche tempo fa, mi fanno però tornare su l'argomento che con loro condivido.

Quanto si cammina durante un Ultra Trail? (Sopra i 50 km)
Se si cammina per molto tempo (anche nei tratti di piano e/o discesa) si può dire di aver fatto del Trail Running? O è stata una bella escursione?

Lo so, forse sono rimasto uno dei pochi che dà peso e valore alle parole. 
Spesso, per evitare di dover fare il conto con il significato delle stesse, vedo si ricorre a parole inglesi, ma anche in questo caso, se usate correttamente: il jogging, il running, il nordic walking, il trekking hanno valenze diverse...non si può scappare.

Io amo la corsa, ma ho una famiglia, un lavoro e della vita sociale, ed allenarmi per correre un'Ultra non mi è possibile. 
La preparazione per una gara di ultra Endurance prevede diversi mesi. Di contro una preparazione limitata ed approssimativa incide seriamente sulla condizione fisica del periodo post competizione...e probabilmente poi il conto esce in là negli anni. Inoltre, dal punto di vista tecnico va a scapito della tecnica di corsa, dell'elasticità e della reattività, oltre a far incorrere spesso nel rischio di infortuni. Parlo per gli amatori come me; i professionisti lavorano in condizioni completamente diverse. 
Camminare per lunghi tratti, rinunciando così a correre perché non c'è stato il tempo per una preparazione mirata con conseguenti limitazioni fisiche ed oggettive, mi fa propendere per il non partecipare a queste competizioni. E se lo faccio in questo modo, per essere onesto con me stesso (prima che con gli altri), dico di aver partecipato ad una bellissima escursione, ad un bellissimo trip, ad un trekking veloce, ma non ad una gara di corsa. Purtroppo sono convinto che se si sostituisce la camminata per molti km di un tracciato, non si può parlare di corsa. Personalmente ritengo che la corsa è corsa, e a chi piace correre, come a me, sia inutile ostinarsi a partecipare a gare di Ultra Trail (in particolarmodo se poi lo si fa non per se stessi ma per gratificazioni ed autostima nutrite dagli altri!). 
Mi dedico quindi a lunghezze che posso allenare ed affrontare con il gesto tecnico, elastico e naturale della corsa. Io voglio correre in montagna...cioè fare del Trail Running, ma come detto faccio anche escursionismo, arrampicata, trekking, alpinismo, etc. ma questa è un'altra storia.

In questo senso preferisco ultra a tappe che a tappa unica, proprio perché in quelli riesco a correre tutte le tappe ed è il mio divertimento preferito! (Oppure gare di SkyRunning dove i cancelli stretti mettono il pepe sul .... ;-))
Il recupero è molto meno lento e posso mettere in programma più gare ultra ed uscite autonome nell'arco di un anno. Questo mi mette anche in condizione di avere minori danni fisici che potrebbero insorgere più in là nel tempo. A cui non riusciremo a dare una spiegazione...ma che sono collegati agli stress che il nostro corpo ha subito e...non dimentica.

Sono conscio che fare un Ultra Trail oltre i 50 km è grandioso per il godimento dei paesaggi, per la completa immersione nella natura, per la filosofia del viaggio...li faccio anch'io. Li faccio in autogestione o con iscrizione. Ma per me, per come li posso affrontare, sono un'altra attività che si chiama escursionismo.
Voglio essere onesto con me stesso...e con gli altri. 

Ovvio che ognuno è libero di fare come crede, ma togliamoci la maschera quando diciamo di aver concluso una gara di corsa in montagna di 100 km....sapendo che buona parte del percorso è stato un bellissimo trekking...e pace all'anima nostra. 

Io la penso così e nella mia testa ogni gara Ultra ha un tempo massimo per essere considerata eseguita di corsa (considerando i dislivelli positivi e la pendenza che li rende ovviamente non corribili), oltre il quale, beh ... l'avete capito: da Mountain Runner si passa ad Escursionista Veloce. Perché le parole hanno un senso e plasmano la realtà!